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Gli elettori e le loro responsabilità
post pubblicato in diario, il 30 marzo 2010


Molte persone si stanno chiedendo in queste ore come si giustifichi il risultato elettorale delle regionali alla luce di tutto quello che si è verificate in questa legislatura. Dalle leggi ad personam, al processo sulla gestione degli appalti della Protezione Civile, passando per lo sconvolgimento causato dalla mancata presentazione per tempo della lista elettorale della PdL in Lazio e il presuntuoso oscuramento dei programmi di approfondimento politico in televisione. A questo si sommi l’incapacità del Governo di impostare serie politiche economiche tali da fronteggiare la crisi economica e da salvaguarda il potere di acquisto degli italiani. A questo punto la domanda che ci si deve porre è come mai in alcune regioni italiane si è deciso di confermare la fiducia al PdL ed in altre si è passato da un governo di centrosinistra a uno di centrodestra?

L’unica risposta che ho trovato è stata che i miei criteri di valutazione di un politico sono differenti e oramai anacronistici, o meglio, sono considerati tali dai più. A mio avviso un politico dovrebbe essere il primo nel rispettare la legge, sia nei suoi elementi formali sia in quelli sostanziali, non potendo essere quindi al contempo un pregiudicato, un evasore o un mafioso. Venir meno a questo principio equivarrebbe a mettere un lupo in un pollaio. Probabilmente attraverso una così semplice similitudine anche i meno brillanti e informati sui precedenti dei nostri politici possono capire questo semplice concetto. Questo mi porta inoltre a una seconda considerazione, ossia che molte persone confondo il definirsi di un parito o di una posizione politica con l’avere un’idea politica. Queste sono cose diverse, giàcché la prima è una semplice affermazione, mentre la seconda concerne studi, letture, sforzo per informarsi quotidianamente. A mio avviso questi sono obblighi di ciascun cittadino, ma al giorno d’oggi non sono più visti come tali. Anzi, la colpa viene interamente scaricata sulla classe politica incapace di comunicare con i cittadini. Non voglio discolpare la nostra classe politica, ma se loro sono dove sono è perché i cittadini, impigriti, non si sono preoccupati di informarsi a dovere su chi votavano e ora si trovano quel che si meritano.  A conferma di questa tesi bisogna ricordare che molti cittadini, pur avendo esercitato ossequiosamente il diritto di voto alle regionali, probabilmente non sanno neanche quali sono le competenze della regione, così che non hanno ben chiaro nemmeno in che modo il presidente dovrebbe spendere il potere conferitogli. Mi rendo conto che una dissertazione sull’informazione in Italia sarebbe molto lunga e porterebbe a toccare numerosi argomenti, ma ora vorrei focalizzarmi sul personaggio elettore, trascurando, ma non dimenticando,  le problematiche connesse.

Terzo punto, ma non meno importante degli altri, è la questione della perdita del senso di rappresentanza. Molte volte si sentono opinioni del tipo “ho votato il meno peggio fra i due”. Questo dimostra che non ci si sente più rappresentati e rappresentabili dai politici di oggi, ma questa situazione, anziché provocare un rigenero politico, ha come solo effetto un maggiore assenteismo alle urne. Non credo che sia possibile che un cittadino si senta sempre ed esattamente rappresentato, ma sarebbe già un bel risultato se una volta tanto un cittadino, anche dopo aver pensato a lungo a denti stretti dicesse “se…quell’uomo rappresenta le mie idee”. A questo punto sarebbe necessario che il ricambio fra i politici fosse imposto dall’elettorato attraverso la partecipazione alla vita del partito, ai dibattiti, oppure alla formazione di nuovi partiti o nuove correnti all’interno dei vecchi.

Se provassimo a mettere in connessione logica tutti gli elementi  ora elencati il ragionamente che potremmo elaborare sarebbe questo:

Alle ultime elezioni molti cittadini hanno votato secondo posizioni prese già da lungo tempo, senza soffermarsi sulle idee di politica economica e sociale dei candidati, molti dei quali già in passato candidati negli stessi ruoli o in ruoli superiori, uscendo infine dalle urne con un senso di generale insoddisfazione.

Guardando in faccia la realtà dobbiamo iniziare a riconoscere anche le nostre colpe di elettori: pigri quando bisogna informarsi, poco reattivi nell’imporsi sui partiti e troppo accondiscendenti rispetto ai molti piccoli e grandi abusi.

Per farla breve gli elettori sono responsabili dell’attuale stato di cose tanto quanto i politici, con la sola differenza che questi ultimi dopo cinque anni potresti mandarli via, mentre i cittadini non li puoi cambiare ed hanno davanti a loro una strada ben più lunga da percorrere se vogliono cambiare le cose.


Luca Demurtas


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permalink | inviato da Francesco Forte il 30/3/2010 alle 20:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
A proposito di preti pedofili..
post pubblicato in diario, il 28 marzo 2010


Alla luce dei recenti scandali dei preti pedofili in Irlanda, la questione ritorna a galla. Interpellate chiunque dal più turpe al più virtuoso degli uomini (escluso il nostro Presidente Del Consiglio), e tutti vi diranno che adescare minori è reato oltre che peccato. Se poi tale reato non lo compie l’uomo qualunque, ma il clericale di turno che la domenica vi fa pure il predicozzo sui buoni valori cristiani, la cosa ci turba assai di più, e non possiamo starcene a guardare.Veniamo al punto. Queste persone hanno intrapreso una vita di castità per ideali che mi risultano dubbi, ma che rispetto, perché frutto di una scelta libera e consapevole. Quindi, se teoricamente non dovrebbero incularsi nemmeno la perpetua, o comunque intrattenersi sessualmente con donna adulta e consenziente (Milingo docet), figuriamoci con individui non adulti né consenzienti, e aggiungo pure ingenui, deboli e indifesi.

Per i preti, così come per tutti, vigono le norme del diritto penale più quelle ulteriormente restrittive del diritto canonico, che però, ribadisco, sono obbligatorie per scelta, quindi a mio parere gerarchicamente inferiori. Dunque per costoro è un doppio crimine oltre che un profondo disonore molestare bambini. Ma la verità è che il vero disonore è quello dei vertici della chiesa: dai vescovi, ai cardinali fin sopra al papa, perché salvare le apparenze conta parecchio.. Sembrano tali e quali ai boss mafiosi (Non a caso per entrambe le caste si usa il titolo “Don”). E del resto è opinione diffusa, fra i picciotti della cosca omertosa del Signore, che atti di questo tipo siano un po’ come panni sporchi da lavare in famiglia.

Cioè, anziché denunciare questi reati alle autorità giudiziarie competenti, al fine di dar vita a un procedimento penale, preferiscono rimanere nella maglie del diritto canonico, che se li culla come una madre, garantendo loro un trattamento a 5 stelle, in cui rientra il segreto del confessionale, oltre al segreto pontificio dei processi canonici, che per alcuni dovrebbe essere perpetuo, mentre per altri dovrebbe rompersi dopo dieci anni, una volta prescritto penalmente il reato, o morto il responsabile.

Un sistema che nella prassi al posto della galera offre un comodo trasferimento verso altre parrocchie. Proprio un bel sistema! Soprattutto utile a insabbiare il tutto oltre che ad agevolare la recidiva, che secondo le statistiche (DSM) è altissima in casi di pedofilia. A questo proposito citerei L'enciclica De delictis gravioribus, datata 18 maggio 2001 e rivolta a tutti i vescovi del pianeta, che vieta agli ecclesiastici di testimoniare in tribunali civili, pena la loro scomunica. Segnalo anche il documentario Sex crimes and the Vatican della bbc trasmesso nel 2006 sui casi americani dove si descrive il meccanismo dei trasferimenti.

E a chi non crede al “mito” dei preti pedofili, non chiedo più di guardare le statistiche perché qui non mi aiutano: i preti deviati non sono ancora la maggioranza. Gli chiedo invece di prendere visione di alcuni dei servizi che le Iene hanno mandato in onda di recente. Telecamere nascoste rivelano parroci che aggrediscono sessualmente giovani ragazzi, uomini, e donne adulte, il che non rileva che parzialmente ai fini del discorso sugli abusi su minori, ma dà una prova tangibile della depravazione di questi soggetti, che quindi esistono, e non sono miti o leggende metropolitane o frutto della fantasia di bambini vivaci; sono individui che vivono un conflitto morale e religioso, e sono anche potenzialmente pedofili, perché nulla impedisce loro di esserlo, e che guarda caso dopo la messa in onda del servizio spariscono e lasciano dei cani da guardia con la tunica a minacciare i giornalisti.


Eric Ombelli

 



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permalink | inviato da ValerioCaruso il 28/3/2010 alle 11:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
"Non siamo in un regime"
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2010


Spesso è capitato di sentire che non bisogna demonizzare l'avversario, che bisogna abbassare i toni.

“Non siamo in un regime” ci dicono.

“Se fossimo in un regime, non vi sarebbe permesso dirlo. Nei regimi ci sono censure, ci sono percosse, ci sono persone uccise per le proprie idee.”

Davanti a queste argomentazioni, provo a dimenticare l'epurazione di Montanelli, di Biagi, di Luttazzi, di Santoro, provo a dimenticare le immagini vergognose dei pestaggi di Genova, provo a dimenticare quindici anni di insulti ai magistrati e criminalizzazione degli oppositori scomodi.

“Non siamo in un regime” ci dicono.

Fin dalle elementari, nel pensare alle dittature della storia recente, ho provato un forte senso di colpa causato da un dubbio: io da che parte sarei stata? Avrei difeso le minoranze, mettendo a repentaglio la mia vita e quella delle persone a cui voglio bene. Sarei disposta a farmi arrestare, a lottare contro un regime vero, di quelli che torturano e uccidono?

Ma poi penso che i regimi non si instaurano in una notte. Che i dittatori non cominciano subito ad arrestare e uccidere. Hitler, prima di instaurare il vero e proprio regime nazista, ha calvalcato il malcontento, si è conquistato il consenso delle folle, ha assunto il controllo dell'informazione, ha urlato contro gli ebrei e gli inquinatori della razza, ha bruciato libri e censurato idee.

Ed è in queste fasi delle dittature, quando il manganello non è ancora utilizzato sistematicamente, che i cittadini, quelli contro, quelli liberi, devono agire.

Se il nostro non è già un regime, queste che vediamo sono fasi evidenti della sua evoluzione.

Ogni giorno sondano il terreno, per vedere se sono già riusciti ad anestetizzare quel poco di senso critico e di amor proprio che rimane al nostro popolo. Aveva cominciato, con il decreto sulle tv, Craxi, a cui non a caso vogliono dedicare una via. E poi ad aumentare, grazie al fondamentale aiuto delle televisioni, con rogatorie, depenalizzazione del falso in bilancio, indulto, modifiche silenziose al codice penale, oltre che censure ed intimidazioni, e leggi razziste, e attuazioni del piano di rinascita della P2, e norme per cui la mafia ringrazia, e scudo fiscale, e processo breve (cioè morto), e lodo alfano, fino ad arrivare al punto di cambiare in corsa le regole del gioco e sospendere i programmi di approfondimento giornalistico della Rai nelle settimane di campagna elettorale.

I regimi si instaurano lentamente, silenziosamente. I regimi si instaurano nell'indifferenza. I regimi sfruttano anche quei presunti oppositori che, magari in buona fede, ricordano che i regimi non sono questi.

I regimi si instaurano tra le ovazioni degli idioti, tra le adulazioni dei servi, ma soprattutto nel silenzio degli indifferenti.

E l'indifferenza, scriveva Gramsci, opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.

E allora ogni settimana, ogni giorno, ogni ora, abbiamo il dovere di esigere il rispetto e l'attuazione della nostra Costituzione, che oggi appare rivoluzionaria, dobbiamo ricordare che così non va, che se non lo vogliono chiamare regime, non la devono neanche chiamare democrazia.

Ma non davanti a un caffè con gli amici. Dobbiamo ricordare i rischi che sta correndo la nostra democrazia anche e soprattutto davanti a chi di questo regime è responsabile. Nelle strade e nelle piazze, con i megafoni, i volantini, con la voce. Diffondendo informazione e seminando consapevolezza attraverso il web di cui dobbiamo difendere la libertà, anch'essa sotto attacco.

Bisogna esercitare quei diritti che ancora ci rimangono. Prima di doverli rimpiangere del tutto.


Roberta Covelli (testo dell'intervento alla manifestazione di Milano del 13 Marzo)

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permalink | inviato da ValerioCaruso il 27/3/2010 alle 13:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Umano troppo umano
post pubblicato in diario, il 23 marzo 2010


Ippocrate, nella Grecia arcaica, riteneva che la pianta velenosa dell’elleboro potesse curare la follia degli uomini. Sarebbe bello se fosse così semplice. La verità è che al giorno d’oggi di foglie di elleboro ne servirebbero a tonnellate, almeno nel mondo occidentale, quel mondo nato dalle ceneri della Seconda guerra mondiale, dalla follia nazi-fascista, da quei 50 milioni di morti, dei quali la metà erano civili. Forse è passato troppo tempo da allora, forse troppe coscienze hanno rimosso o non sono state nemmeno sfiorate da quelle catastrofi, forse occorre fermarsi un attimo, in questo delirio contemporaneo, in cui tutto è immediato, tutto è a portata di mano, in cui gli spazi si sono quasi annullati, e i nuovi punti di ritrovo non sono i “fori” romani, né i circoli di cultura della Francia rivoluzionaria, e neanche gli anfiteatri greci, ma i social networks.

Una società che appare malata, nel suo essere paradossale, in cui i ruoli degli individui sono sempre più semplificati e omogeneizzati, in cui i timori espressi da Marx sull’alienazione dell’uomo sembrano addirittura ottimistici. Questa società ha bisogno di una medicina, il capitalismo ci ha trascinati in un baratro, gli ideali sono stati scardinati, la morale è diventata espressione dell’utile e del guadagno, e l’apparire è diventato legge.

Nell’osservare branchi di donne che si agitano e si esibiscono mezze nude in televisione, ci si chiede dove siano finiti gli ideali del femminismo novecentesco, e ci si rende conto che il 68 non è stato che l’ultimo grido della fenice.

Allora forse qua occorre un cambiamento, perché il fondo sembra maledettamente vicino. C’è bisogno di una speranza, di una luce, c’è bisogno di quel cristianesimo sgretolato al proprio interno da uomini figli del capitalismo, amanti del potere e della ricchezza, quel Dio onnipotente che appare sempre più una favola per gonzi, quel Dio che Nietzshe ha definito “morto”.

E quanto sia profondo questo bisogno lo si vede nelle opinioni e nelle esultanze dei “grandi d’occidente” al momento dell’ elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, un uomo che predica speranze, appunto. La questione è più complessa però. Occorre distruggere, per costruire, e chi è disposto a farsi da parte, ad ammettere le proprie colpe, e promuovere la libertà e la giustizia?

Montaigne nei suoi Saggi scriveva: ho visto giù al porto degli schiavi neri, li chiamano cannibali. Essi si cibano delle carni dei loro nemici morti in battaglia, per acquistarne il coraggio, e mangiano i loro padri, per dar loro degna sepoltura. Noi bruciamo le streghe. Chi è il cannibale?


Michele Paolo


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permalink | inviato da ValerioCaruso il 23/3/2010 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Perchè questo blog?
post pubblicato in diario, il 19 marzo 2010


« Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave. »

(Francesco Saverio Borrelli, 12 gennaio 2002)



Questo blog nasce da una domanda: un paese in cui 4 milioni di voti elettorali sono diretta espressione delle mafie, in cui il 70% della popolazione va a votare informandosi solo tramite i telegiornali (peraltro controllati direttamente o indirettamente da un unico soggetto) o dalle omelie della messa della domenica, in cui è assente ormai ogni sorta di etica e di cultura politica, ebbene, questo paese può veramente considerarsi una democrazia? E' davvero possibile rassegnarsi a questo tipo di società?

Noi la vediamo diversamente.

Questo blog nasce appunto con l'intento di scrivere una pagina di democrazia nel nostro paese. Una goccia dell'oceano dell'indifferenza, forse, ma proprio per questo necessaria. In questo spazio, aperto a tutti, cercheremo di sviluppare campagne d'informazione e dibattiti, di confrontarci e magari di formulare proposte attive, in una parola cercheremo di fare democrazia!

Ogni contributo sarà ben accetto, purchè sia rivolto a questo scopo: sviluppare il confronto e lo spirito critico e non proporre dei dogmi assoluti. Solo così possiamo pensare di modificare dall'interno questa società e di liberarci da quel senso di disagio che ci attraverso ogni volta che accendiamo la tv o ci confrontiamo con il degrado che ci circonda.


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permalink | inviato da Generazioneresistente il 19/3/2010 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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